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GALLERIA DEL CORSO
Gianni Coscia - fisarmonica
Renato Sellani - pianoforte


cd-galleriaIl CD "Galleria del Corso" con Gianni Coscia alla fisarmonica e Renato Sellani al pianoforte è il primo progetto realizzato dall'etichetta discografica Giottomusic e pubblicato nella collana "Presa dal vivo", specializzata in registrazioni con presenza di pubblico.
Il CD è la testimonianza di un magnifico concerto del duo, che l'Associazione Culturale Melodica organizzò a Cattolica nel dicembre 2003 all'interno di una stagione concertistica dedicata al jazz.
La magica atmosfera di quella sera è percepibile concretamente grazie alla chiarezza della presa dal vivo della registrazione, e il lieve sottofondo rumoroso del pubblico, anziché infastidire, diventa parte integrante dell'opera, creando durante l'ascolto la piacevolissima sensazione di rivivere ogni momento del concerto.
Il repertorio è costituito da canzoni e standards ben conosciuti dal pubblico, melodie nostalgiche italiane e straniere degli anni 30 e 40 rivisitate egregiamente dai due musicisti che trovano proprio nella memoria del loro passato l'ispirazione per una rilettura assolutamente originale e contemporanea.
Il titolo dell'album si riferisce al fermento musicale della Milano di quegli anni, dove appunto la Galleria del Corso era il luogo di riferimento dei musicisti e delle case editrici più importanti.
Molto interessanti sono le note di copertina scritte dal noto critico musicale Vittorio Franchini che si autodefinisce il padrino spirituale di questa bellissima avventura, paragonando Coscia e Sellani a Kramer e Semprini.
Il critico durante la sua infanzia si innamora perdutamente di un disco che qualcuno all'improvviso aveva portato in casa.
Era un disco di Alberto Semprini e Gorni Kramer, piano e fisarmonica, impegnati in una "fantasia ritmica", una ventata di aria pulita in tempi di guerra, un fare suoni con straordinaria eleganza.
Dopo tanti anni, quei ricordi incancellabili della giovinezza riaffiorano con un desiderio: ricreare il duo Semprini-Kramer.
E non è neanche così difficile visto che Franchini conosce personalmente sia Coscia sia Sellani.
E così, parlando, l'idea da idea diventa realtà.

Il CD è stato per la prima volta presentato il 28 giugno 2004 a Milano, al Teatro dal Verme, durante il festival "La Milanesiana" e in occasione dell'uscita del nuovo libro di Umberto Eco "La misteriosa fiamma della Regina Loana". E Umberto Eco l'ha definito "la colonna sonora" della sua ultima opera. Difatti alcuni dei brani del CD sono citati all'interno del romanzo di Eco che ambienta la narrazione proprio nell'Italia degli anni 30 e 40.
Inoltre il duo Coscia-Sellani ha proseguito il tour di presentazione del CD esibendosi per il festival di Umbria Jazz 2004 a luglio a Perugia e per Umbria Jazz Winter 2004/05 ad Orvieto.
Il cd è distribuito da IRD - Milano (www.ird.it)

Brani del CD

1- Non dimenticar le mie parole (Giovanni D'Anzi)
2- Le foglie morte (Joseph Kosma)
3- Dinah (Harry Akst, Sam Lewis, Joe Young)
4- Polvere di stelle (Hoagy, Carmichael)
5- Sweet Georgia brown (Ben Bernie, Maceo Pincard, Kenneth Casey)
6- My funny valentine (Richards, Rodgers, Lorenz Hart)
7- Amore baciami (Carlo Alberto Rossi)
8- Da te era bello restar (Mackeben, Martelli, Sordi)
9- Laura (Raksin)

In ogni caso, nella tarda mattinata, era meglio esserci.
Il momento di aggregazione dei personaggi noti e non della musica leggera di Milano vivacizzava la Galleria.
L'assenza era sconveniente perché si poteva perdere un'occasione di lavoro e poi perché era facile esporsi al pettegolezzo dei colleghi.
Se c'era bisogno di una partitura anche solo per "mandolino e fisarmonica" le Messaggerie erano lì, Ricordi poco distante e, già allora, la Galleria era sede delle maggiori case editrici.
Sotto la grande volta di questo salotto di Milano si sono consacrate orchestre e musiche famose e oggi a quel mondo scomparso Renato ed io vogliamo dedicare questa incisione fatta di improvvisazioni con tanta voglia di suonare.
Gianni Coscia



Note di copertina
di Vittorio Franchini


Chissà com'erano, in realtà, quei lontani anni Trenta. Ho ricordi strani, confusi, entusiasmi e paure incrociati. La guerra in Etiopia che, per me, era soprattutto "Faccetta nera" e quell'appello di Mussolini a tutte le donne, regina Elena compresa: la Patria ha bisogno di soldi, offrite le vostre vere, e ancora la nascita dell'Impero "sui colli fatali di Roma" e poi la guerra di Spagna, una sorta di prova generale di ciò che sarebbe accaduto. Quel "Pugnal fra i denti - le bombe a mano, macello umano", che sentivo cantare per le strade da piccoli manipoli di berretti neri, mi dava una sensazione di angoscia e non bastavano le canzoni della radio a fugarla. Si, si cantavano "Pippo non lo sa", ed era uno scoppio di allegria che certamente piaceva a Martinetti e ai futuristi, ma anche cose melense come "Mentre i cuori salutan il sorger del dì", oppure il "Valzer trullallero" o "Il Carletto è un bel moretto", una sorta di inno demografico, un'aspirina offerta ad uno con la polmonite, un placebo tanto per tenere tranquillo l'ammalato. Lo avvertivamo anche noi bambini che della situazione coglievamo solo gli umori in famiglia: preoccupazioni per chi aveva ragazzi che sarebbero andati al fronte, paura per quegli aerei, le fortezze volanti, di cui disponevano inglesi e americani e che avrebbero raso al suolo le nostre città.

Poi un giorno era entrato in casa un disco nuovo. Un avvenimento, non se ne acquistavano molti, allora, a 25 lire l'uno, e li si ascoltava cento e cento volte. Non so chi lo avesse portato, forse, e inconsapevolmente perché di musica davvero non ne masticava, mio fratello: Alberto Semprini e Gorni Kramer, piano e fisarmonica, impegnati in una "fantasia ritmica", una ventata di aria pulita, un fare suoni con straordinaria eleganza. Di quei due mi ero subito innamorato così, cercando da un rivenditore di dischi usati, un certo Monteverdi che aveva un magazzino in corso Garibaldi a Milano, avevo trovato altre cose: "Star dust" e "Solitude", "Denari dal cielo" e "Uno di questi giorni" e solo più tardi avrei scoperto che si trattava di "Pennies from heaven" e di "Some of this days". Quei due suonavano in modo molto diverso da ciò che si sentiva in giro. La loro era una musica piacevolmente dinamica, orecchiabile ma non banale, spesso pervasa da una sottile ironia. Vent'anni dopo i protagonisti di quelle incisioni mi avrebbero raccontato come erano nate.

"Alberto Semprini" mi aveva detto Kramer "passava per essere un aristocratico della canzone ed era uno snob anche nella vita, per come parlava, per come gesticolava con le mani, per come vestiva. Era un pianista classico molto bravo, ma suonava anche canzoni ed aveva un contratto con Trevisan della Fonit che era anche il mio editore. Dovevamo incontrarci per forza. Suonare con lui era strano: ottimo musicista ma senza swing. Leggeva tutto, suonava con garbo, ma di jazz non ne capiva niente. Comunque i dischi erano andati benissimo".
E Semprini aveva detto: "Non conoscevo Kramer come musicista, immaginavo un geniaccio autodidatta e davvero non me la sentivo di fargli da balia. Pensavo alle prove: con i dilettanti, per quanto abili, diventa tutto complicato. Poi avevo scoperto che, al contrario, era uno che conosceva bene la musica, che leggeva a prima vista. Bastava suggerirgli un titolo che lui fremeva e voleva incidere. Dicevo: leggiamo prima lo spartito, decidiamo cosa fare, ma lui: suona, suona, non aver paura, tu vai che io ti seguo. Mi sembrava di essere un acrobata da circo e di lavorare senza rete".

Due tipi assolutamente diversi: compassato, razionale, un gentiluomo all'inglese, Semprini, del resto proprio a Londra era nato, un diavolaccio irruento, un contadino imborghesito, ma con una straordinaria carica musicale, Kramer.

Me lo sono portato addosso per una vita il ricordo di quei due pensando, a volte e con rimpianto, che un duo così non avrebbe più potuto esserci. Eppure lo avevo a portata di mano, due amici amici, due musicisti straordinari che non si erano mai incontrati, il fisarmonicista Gianni Coscia e il pianista Renato Sellani.

Un giorno, parlando con Coscia, mi era esplosa l'idea: dovreste rifare il duo Semprini-Kramer, a modo vostro, naturalmente. A Coscia, che di Kramer è stato il beniamino, la cosa era piaciuta, a Sellani anche ed ecco il risultato, questo disco realizzato addirittura dal vivo, come sarebbe piaciuto a Kramer, senza fronzoli, con la vecchia filosofia krameriana del "suona, suona, non aver paura". Le canzoni sono quelle di sempre, alcune di quelle care a Kramer, altre care ai nostri due musicisti e l'atmosfera è quella di un incontro familiare, davvero "suona, suona".

Ma che bisogno c'è di ricordare, oggi, un musicista che ha avuto tanto successo fino a trentìanni or sono e che poi ha voluto uscire di scena ed è stato dimenticato? Credo che questa sia la domanda giusta e che la risposta sia insita nel bisogno di dare a Kramer una collocazione esatta nell'Olimpo del jazz e della canzone. E' un mio pallino, ma quel musicista, con quella sua storia di provincia alle spalle, con le piccole manie salutiste, con i timori di tutto, che scandivano le sue giornate, con gli entusiasmi che accendevano ogni sua idea, aveva un grande sogno: nel mare dilagante della banalità restituire alla canzone i suoi valori più autentici e aprire la musica italiana a quel nuovo verbo giunto da oltre oceano come una ventata di aria fresca. Una impresa non da poco se si pensa che in quegli anni il regime, attraverso la radio, proprio sulla banalità, sul non senso, puntava per disorientare o addirittura sopire i sentimenti degli italiani e che quei suoni "corbelloni e sminchionati", così venivano definiti con rozza stupidità, che arrivavano dagli Stati Uniti, erano visti come la peste, una autentica malattia da combattere in tutti i modi. Se qualche gerarca ci avesse solo pensato un po', quel jazz vietato dal regime avrebbe potuto diventare una bandiera antiamericana, dato che chi l'aveva inventato, il popolo afroamericano, era tenuto in soggezione, in quegli anni la segregazione razziale era ancora molto rigida, proprio da quella "demoplutomasson giudaica" democrazia che tanto fastidio dava a Mussolini.

Kramer, dunque, colto nella sua grande utopia, lui che era, apparentemente, un razionale, che voleva organizzare tutto, che ogni nota voleva pianificare salvo poi ribaltare all'ultimo momento le situazioni e lasciare mano libera ai musicisti, lui che non accettava esitazioni, al quale bisognava sempre dire di si, ma pronto a ripensare e a cambiare idea se le osservazioni gli parevano giuste. E parlo più di Kramer che di Semprini proprio per il riserbo che circondava il pianista, uomo di grande cultura, di sofisticate sperimentazioni, aperto ad ogni possibile novità da prendere, tuttavia, sempre alla luce di una logica assolutamente stringata. Kramer personaggio, Semprini artista che preferiva rimanere fuori dal cerchio di luce dei riflettori. Ora se volessi tentare un paragone con Coscia e con Sellani, dovrei convenire che i due coincidono anche con il temperamento dei precursori, sia pure con le diversità volute dai nuovi tempi: Coscia esuberante, istintivo, non certo vittima del protagonismo come Kramer, ma pronto ad affrontare una platea, anche dal punto di vista dell'intrattenimento, narratore delizioso di certe vecchie storie, un umorismo garbato, familiare, Sellani introverso, silenzioso, poco disponibile alle luci, un volto apparentemente di cera, senza espressione e, invece, anche lui dotato di un grande humor, una ironia sottile che si ritrova anche nel suo modo di suonare, asciutto, garbato, dinamico, un gentiluomo alla maniera di Semprini, anche se pungente, anche se graffiante. E in tutte e due una straordinaria vena poetica, una sorta di lirismo asciutto, entrambi magnificamente padroni dei loro strumenti, eppure per nulla disposti a lasciarsi prendere la mano del virtuosismo, al contrario, avari di note, addirittura, quanto prodighi di sentimenti.

Ed eccoli in concerto con un repertorio che potrebbe essere stato dettato dai loro "padrini", ma svincolati da loro per tensione, per atmosfera, per profondità delle intenzioni, insieme, in una sorta di fusione incompatibile, legati al passato da una sorta di misteriosa energia che consente loro di prendere un vecchio tema, "Non dimenticar le mie parole", oppure il classico "Star dust", e di rileggerlo come fosse una pagina inedita, restituendolo all'ascoltatore di oggi con una straordinaria patina di attualità. Forse è solo il mistero, o semplicemente, il segno della poesia, che li rende complici, che li avvolge in una ragnatela di lirismo contenuto, fatto di pochissime cose, anche di silenzi, di piccole, incredibili invenzioni, di citazioni improvvise, apparentemente lontane da ciò che stanno suonando eppure, all'improvviso, perfettamente aderenti al clima di magico, irridente dileggio che anima le loro esecuzioni, pur così serie, pur così composte, sì che l'ascoltatore deve, ogni volta, orientarsi nel dedalo delle emozioni che i due riescono a suscitare in una sorta di arcobaleno di suoni. Penso che da ora in poi dovrò riferirmi a loro, pensando ad un duo perfetto: Kramer-Semprini, amici, addio, è tempo di abbracciare un altro duo, Coscia- Sellani: una folata di aria pura, un modo arguto, dinamico e nuovo di fare musica, pur senza dimenticare il passato, anzi, al passato offrendo, ancora una volta, la possibilità di raccontarsi.
Vittorio Franchini

Gianni Coscia, Renato Sellani, Giottomusic, escono loro, le note smorzate e vivide degli anni 40 in punta di piedi, con la freschezza del primo swing di stampo import-americano, i grandi bastimenti in arrivo d'oltreoceano e le carte assorbenti europee pronte a riceverli e a farli propri. Sembrano non terminare mai questi attimi sospesi per aria che si arrotolano su se stessi, sul tempo che passa-non-passa o che passa a piè leggero, dove tutto vibra e la nostalgia s'infila sottile sulle guglie acuminate della modernita'. Già, in questo estroverso connubio di veterani ed esordienti la GiottoMusic pone il suo primo gradino, il suo primo "O" all'ombra del grande maestro. "O" come pietra circolare, come cd, il classico e il moderno. loro i musicisti fanno il resto con le loro scorribande fisa all'agro alessandrino e gli adagio al pianoforte in libera uscita senigalliese. Si riesce a sognare ascoltando il cd, c'è dentro l' Italia ripulita e misturata di un secolo intero, e non ci sembra poco.
Arrigo Barbaglio (giornalista e fotografo)
 
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