Space Trip - Press Review PDF Print E-mail

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cd-spacetripClaudio Filippini in questo ultimo lavoro, si butta in una sperimentazione ricchissima di citazioni, di cultura afroamericana, di swing che è sempre al servizio dell'improvvisazione.Le strutture sono solo apparentemente nascoste con stilemi e concezioni da free jazz, in realtà l'album in trio con Luca Bulgarelli e Marcello Di Leonardo è interplay pura, l'elettronica non crea una frattura con il jazz della tradizione, ma ne diventa un arto artificiale eppure servente. Ascoltare la ultrarivisitata Body and Soul piazzata come prima traccia per capire di che stiamo parlando. Tanto di cappello. E all'ispirazione e alla fatica compositiva che deve averne comportato la registrazione.
Paolo Romano, Music In, Aprile Maggio 2008


Non si fa certo una grande scoperta, se si dice che Claudio Filippini è una dei più bei talenti emersi nel jazz italiano degli ultimi anni. Quindi le prime due tracce di questo disco suonano come una conferma: una pensosa ed elagiaca versione di Body and Soul e poi un Uptempo preso a velocità mozzafiato. Le prime sorprese arrivano dopo: perchè con il finale di Mngruongk comincia il "viaggio spaziale" del titolo (rappresentato anche dal simpatico fumetto contenuto nel booklet, in cui Filippini e compagni vengono rapiti da un disco volante nel bel mezzo di un concerto). Dal terzo brano in poi, il disco entra in territori del tutto diversi, dove si incrociano loops campionati, elaborazioni elettroniche, atmosfere lounge, ritmi jungle, per non parlare dei brani dove acustico ed elettronico si intrecciano inestricabilmente. Il tutto con un'intelligenza - e un divertimento - che non possono non richiamare il grande modello di Herbie Hancock. Insomma, per il pianista sarebbe stato facile continuare a battere le rassicuranti strade del mainstream: invece ha deciso di sperimentare. Non possiamo che fargli i complimenti.


Sergio Pasquandrea, Jazzit, Maggio Giugno 2008


Il giovanissimo - è appena 26enne - Claudio Filippini ha già convinto in più occasioni critica e pubblico: per dirne una, ha vinto nel 2003 il premio Massimo Urbani. Per Space Trip il pianista pescarese si è inventato un concept album, cosa quanto mai rara nel jazz. Grazie ai fumetti creati appositamente da Mauro Padovani e inseriti nel booklet dell'album, i cinquanta minuti di musica narrano una storia. Nella fattispecie una storia fantascientifica, in cui i tre musicisti vengono rapiti dagli alieni durante un concerto. L'album si apre allora con una versione ben costruita del classico Body and Soul, con una tradizionale formazione in trio jazz, ma poi la musica evolve verso sonorità più marcatamente elettroniche, con soli brani originali (si entra perfettamente in atmosfera con Rave Lost, grazie all'elettronica di Del Conte).
L'elettronica, si rivela in certi momenti un po' troppo invadente, risultando a tratti lievemente kitsch anche per via di suoni un po' antiquati e per l'assoluto manierismo in stile primi anni '90 con cui viene utilizzata; del resto, questo è un po' il rischio di qualsiasi operazione di questo genere, e uscirne indenni davvero non è facile. Comunque, il pianoforte del leader ha tutto il merito di riuscire a destreggiarsi bene anche in queste situazioni: Filippini è sempre ispirato e mette a segno non pochi assoli interessanti. Uno dei brani più interessanti del disco è Placenta, con la voce lirica del sassofono di Francesco Bearzatti: lui e il leader si stimolano a vicenda, costruendo una delicata ballad di sapore pop, ma gradevolissima e affatto scontata.
A costo di passare per dei vecchi e noiosi conservatori del jazz, lo diciamo: la parte migliore dell'album sono i brani acustici, in cui l'ottimo suono e l'inventiva di Filippini hanno modo di esprimersi al meglio.

Diego D'Angelo, Jazz Convention - Anno 2008


Album eterogeneo, a tratti diseguale ma non per questo da valutarsi negativamente. Anzi: la versatilità degli undici brani, tutti originali (tranne l'iniziale standard, reso celebre dal tenore di Hawk), può leggersi quale conferma del giovane talento abruzzese, al quinto album personale, in grado di padroneggiare la storia del jazz e magari rapportarla ad altre musiche contemporanee; dopo l'apertura mainstream, con sobrio e delicato piano trio , Filippini e compagni si avventurano infatti, in duo o quartetto, per un viaggio spaziale, ribadito anche dal racconto a fumetti nel libricino. Il gruppo prende simbolicamente il volo dal boppeggiante e velocissimo Mngruongk, mentre già da Rave Lost si reiterano i pesanti interventi elettronici e la ricerca si sposta quindi tra le galassie del cosiddetto nu jazz e delle sue varianti trip hop, jungle, neolunge. Le tecnologie e gli effetti speciali, talvolta in primo piano nei ritmi ossessivi, non soverchiano però il genuino pianismo di Filippini, spesso in assolo o in dialettica con una futuribilità dal volto lirico.

Guido Michelone, Musica Jazz - Novembre 2008


Nonostante abbia solo 26 anni, il pescarese Claudio Filippini si è già imposto come uno dei più promettenti pianisti nostrani, richiesto da parecchi colleghi molto più grandi e affermati di lui. Filippini ha in background studi classici, si è poi avvicinato progressivamente al jazz, finché negli ultimi anni ha rotto il ghiaccio anche con il mondo del rock di qualità. Tutte influenze nitidamente fotografate dal suo ultimo lavoro Space Trip, dato alle stampe della perugina Giottomusic, una prova che vede l'artista abruzzese inaugurare aperture stilistico/espressive fino a poco tempo fa inaspettate, dove si cimenta sia con il classico trio pianoforte-contrabbasso-batteria, sia con l'elettronica e con le relative manipolazioni. Così è venuto spontaneo scambiare quattro chiacchiere con il talentuoso musicista.

A chi deve la spinta iniziale a scegliere la vita del musicista? Che musica ascoltava da piccolo?

"Ho cominciato ad ascoltare musica quando non sapevo ancora parlare. Pur essendo l'unico musicista di professione in famiglia, la mia passione per la musica deriva sicuramente da mio padre. La mia nonna paterna da bambina suonava il pianoforte, ma a causa della guerra dovette rinunciare agli studi. Tuttavia, il suo amore per la musica non fu messo da parte; nonna Walkiria (il mio bisnonno aveva una leggera ammirazione per Wagner!) divenne ben presto un'appassionata di opera: fu lei a farmi ascoltare Puccini, Verdi, Rossini, Wagner e Borodin."

Ci racconti le principali tappe di apprendimento e di estensione dei suoi interessi musicali fino alle prime esperienze da collaboratore.....

"Ho cominciato a leggere la musica a sei anni, anche se prima del pianoforte giocavo suonando a orecchio una tastiera a due ottave. Con la classica c'è sempre stato un rapporto amore-odio, dovuto al fatto che mi teneva impegnato a tempo pieno e non avevo quindi spazio per dedicarmi ad altre attività. Il mio primo insegnante di pianoforte era molto severo, le lezioni con lui erano dedicate specialmente alla tecnica. Dopo anni di "calvario", non ero più disposto a continuare. Cercavo qualche altro modo di fare musica, che per me rimane un gioco: non volevo solamente fare ginnastica con il metronomo! Ero sul punto di mollare, ma non capivo perché tutti gli amici più grandi mi dicessero: "Non abbandonare la musica classica. E' importantissima." Fu proprio in quel periodo di turbamenti psicologico/adolescenziali che per uno strano scherzo del destino, istituirono un corso di piano jazz nella scuola dove studiavo. Per me fu un segnale! A Pescara un corso di jazz? E come mai? Mi iscrissi all'istante, con la promessa che non avrei abbandonato comunque la classica, e per farlo avrei dovuto pedalare, visto che comunque andavo anche a scuola. Solamente dopo il quinto anno di pianoforte classico ho incontrato un'insegnante che mi ha aperto un mondo a colori e mi ha fatto scoprire le meraviglie di Bach, Beethoven, Chopin, Mendelssohn, Debussy, Ravel. Ho cominciato a esibirmi con gli amici quando avevo 14 anni: il primo concerto retribuito fu in trio in un locale. Prendemmo 100mila lire in tre.....Erano altri tempi! Ho cominciato a seguire seminari e workshop, da Lanciano a Siena, a Chicago, e quando mi sono trasferito a Roma, cinque anni fa, ho avuto la fortuna e il piacere di lavorare con musicisti come Giovanni Tommaso, Roberto Gatto, Maria Pia De Vito e molti altri."

Quale stile di jazz l'ha attratta inizialmente? Apprezza l'avanguardia oppure se ne tiene a debita distanza?

"All'inizio mi piaceva molto ascoltare pianisti come Albert Ammons, Pete Johnson e Meade Lux Lewis, innovatori del cosiddetto boogie woogie, ma rimasi letteralmente sconvolto quando ascoltai Kind Of Blue di Miles Davis. Per quanto riguarda l'avanguardia free dipende sempre un po' dall' umore. Andare ad ascoltare un concerto di musica di improvvisazione radicale richiede molta concentrazione e preparazione, sia da parte di chi suona che da parte di chi ascolta, e io sono uno che sta sempre con la testa tra le nuvole! Quindi, a volte, mi deconcentro e mi annoio. Devo dire che storco il naso quando vedo qualcuno che "maltratta" un pianoforte....Credo fermamente che la musica più bella sia stata suonata schiacciando i tasti, non violentando le corde! Appurato questo non dico di no a Erich Dolphy, a Charles Mingus, al Coltrane dell'ultimo periodo, a Pharoah Sanders."

Quando ha iniziato a volgere lo sguardo al rock?

"Ho cominciato ad ascoltare rock da tre o quattro anni, infatti non conosco quasi nulla. Devo dire che ho molti amici, musicisti e non, che mi stanno facendo una cultura al proposito. Mi piace molto il rock psichedelico. Ho anche un gruppo di questo genere chiamato Molteije, con il quale si improvvisa completamente, ma con dei criteri di base che decidiamo in partenza. Il gruppo non è fisso, i musicisti cambiano di volta in volta, ma c'è un'idea comune: quella dell'improvvisazione collettiva mirata a uno stato di semi-ipnosi. Quindi, per alcuni versi, una musica molto ripetitiva, ridondante, con dei suoni elettronici particolari."

E proprio nel suo nuovo album Space Trip si notano deviazioni verso questi lidi espressivi. Emergono intriganti sincretismi rock di varie epoche e scuole, gli interessi per l'elettronica, per le manipolazioni, per la frammentazione lessicale e per il "taglia e cuci" di certa musica sperimentale. Può spiegarci questo percorso? Anche alla luce delle sostanziali differenze rispetto al precedente Us, inciso in coppia con il contrabbassista Daniele Mencarelli...

"Dopo tre anni di inattività discografica avevo voglia di fare qualcosa di diverso e di completamente inaspettato. Volevo creare un album che racchiudesse le mie ultime esperienze musicali, tra le quali la passione per la musica elettronica. C'è un che di affascinante nella manipolazione elettronica del suono. Oggi chiunque con un computer ha praticamente uno studio di registrazione in casa, un laboratorio per sperimentare, registrare, comporre. Molti brani del cd sono dei veri e propri puzzle. Spesso sono partito da picolissimi frammenti presi da dischi di musica classica, che ho sminuzzato, "effettato", frammentato, duplicato, rovesciato, incollato, in seguito ho aggiunto a questi "campioni" dei suoni elettronici. Devo dire che sto diventando anche piuttosto bravo con il "taglia e cuci" digitale! Sono molto contento del risultato finale. Diversi critici di jazz hanno detto che il disco è troppo elettronico, chi invece fa musica elettronica mi ha detto che il disco è molto jazz. Alla fine era esattamente quello che volevo!"

In effetti l'esigenza di saltare a pie' pari gli steccati stilistici spiazza di solito gli ortodossi del jazz, i quali tendono a bocciare qualsiasi avventura sonora che vada al di là di coordinate stilistiche rigide, riconoscibili e rassicuranti. Al contrario, figure geniali della caratura di Ellington, Mingus, Coleman, Dolphy e Parker non si ponevano affatto il problema: più che stili, tendevano a distinguere la musica in "buona e cattiva"....

"Un tizio diceva: La storia è fatta da chi ha infranto le regole." condivido pienamente!"

Quali musicisti, senza limiti di stili e di generi, hanno contribuito alla sua maturazione?

"Cerco di prendere del buono da ognuno, anche da chi suona da molto meno tempo di me. Credo che si possa imparare e prendere ispirazione da tutti. In ogni caso parto con un elenco random di tutti i musicisti o gruppi musicali che mi vengono in mente in 30 secondi: Miles Davis, John Coltrane, Maurice Ravel, Igor Strawinski, Dimitri Shostakovic, Beethoven, Gustav Mahler, Beatles, Radiohead, Duke Ellington, Gil Evans, Wayne Shorter, Bob Marley, Paul Simon, James Taylor, Michael Jackson, Keith Jarret, Daft Punk, Brad Mehldau, Air, Herbie Hankock, Monk, Bill Evans, velvet Underground, Zero 7, Chick Corea....."

"Tempo scaduto!.....E' attratto maggiormente dagli assolo fulminanti e pirotecnici- tipo, che so, Peterson, Tatum, Rubalcaba- oppure preferisce dare priorità alla scarnificazione linguistica e alla scelta accurata delle note cara ai vari Monk, Davis e Baker?

"Dipende dalle circostanze. La tecnica è il mezzo per consentire la varietà dell'espressione, ma non deve diventare l'espressione di se stessa. Si rischia così di cedere nel virtuosismo gratuito, in un modo di suonare superficiale. Mi piace ascoltare chi è capace di sorprendermi e allo stesso tempo emozionarmi. Mi piacciono tutti il linguaggi: devo dire che Miles Davis potrebbe essere come esempio, perchè ha sintetizzato nel suo modo di suonare sia il "cantabile" che la "sporcizia"!"

Che ne pensa degli azzardi di Lennie Tristano? Un genio che, oltre mezzo secolo fa, ha osato parecchi esperimenti, spesso ricorrendo alle sovraincisioni (con grande orrore dei puristi)....

"Adoro Tristano, è uno dei miei musicisti preferiti. Se qualcuno dovesse chiedermi "cosa è per te lo swing?", la mia risposta sarebbe: "Line Up" ed "East Thirty-Second". Gli accenti, le ghost note, il fraseggio, la pronuncia che ha su quei due pezzi....non ce n'è per nessuno! E anche se è stato sovrainciso ....chi se ne importa!"

Ha dei progetti a medio e lungo termine sui quali sta lavorando?

"Per fortuna mi trovo in un periodo creativo, scrivo molta musica. In questo momento sto lavorando parallelamente a più progetti, tra i quali un disco per piano solo."

Ci elenchi i dieci dischi che porterebbe nell'isola deserta.....

"Miles Davis, Kind Of Blue; Arturo Benedetti Michelangeli, Debussy- Preludi per pianoforte vol.1-2; Radiohead, Kid A; Ornette Coleman Double Quartet, Free Jazz; Sergej Prokofiev, 5a Sinfonia; P.I. Tchaikovsky, 4a Sinfonia; Wayne Shorter, Alegria; John Coltrane, Crescent; Joni Mitchell, il brano "Both Sides Now" (tratto da Clouds, 1969); Beatles, The White Album."

intervista di Enzo Pavoni, Jazz Magazine, gennaio 2009



La cosa più psichedelica di questo album è certamente il booklet, che comprende un fumetto di 20 pagine, ispirato ai "viaggi" , che vede il trio del Nostro correre nello spazio tra mostri, alieni e meteoriti. Con il promettente pianista (che qua e là non disdegna le elettroniche) sono il contrabbassista Francesco Bearzatti, e il batterista Marcello Di Leonardo e, ospiti in altri brani, il sassofonista/clarinettista Francesco Bearzatti, il manipotore di computer Michelangelo Del Conte e il chitarrista Max Carletti. Registrato a Perugia in diverse situazioni durante il 2007, questo album simuove senza disturbare – anzi – tra atmosfere proteiformi, percorsi futuribili e costruzioni felicemente mainstream, come nel brano Live in Studio che presentiamo.

Raffaello Carabini - Jazz Magazine, Gennaio 2009



Affermatosi giovanissimo (già nel 2001 incideva con Max Ionata e nel 2003 usciva con il primo lavoro in trio), l'oggi ventisettenne pianista marchigiano Claudio Filippini in questo Space Trip, di nuovo in trio ma con Luca Bulgarelli e Marco Di Leonardo, più alcuni ospiti ad hoc, mostra di avere idee e coraggio da vendere. Già l'apertura con Body & Soul è segno di audacia – che va peraltro a buon segno, perché il brano risulta assolutamente originale, cioè né nel solco della stretta tradizione, né memore della versione dei The Bad Plus che l'aveva affrontato con (buone) pretese di rinnovamento degli stilemi del trio pianistico. Ma il “cambio di passo” che si tocca con mano alla terza traccia, “Rave Lost”, con “tagli” dei tempi, uso dell'elettronica (con la collaborazione di Michelangelo Del Conte), atmosfere spaziali, mostra che il coraggio non s'è esaurito con l'abbrivio. Ancor più spaziale l'ingresso di Bearzatti al clarinetto (in “Intro Due Hags”), mentre l'atmosfera cambia e torna su piani di più “normale” - ma intensissimo – modern jazz in “Placenta”, ove Bearzatti è stupendamente al tenore. Dopodichè l'atmosfera cambia di nuovo, con spunti ellingtoniani, improvvisazioni, tra il liquido e il reiterato, ritmi che sfiorano la techno, citazioni classico-novecentesche. Fino all'ultimo brano, live come quello d'apertura, per un commiato pacato e più rispettoso delle forme. Come al rientro al viaggio spaziale. Il tutto, accompagnato da un libretto che illustra con i disegni di Mauro Padovani un fantascientifico viaggio del trio stesso, rapito dagli alieni dopo un concerto.... Non poco e non male, per una formazione e un leader – giovani, ma ben attrezzati e agguerriti – che converrà tenere d'occhio.

Neri Pollastri - italia.allaboutjazz.com, Maggio 2009
 
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