Liaisons Dangereuses Vol 1 - Press Review PDF Stampa E-mail

cd-liaisonsSi tratta di un progetto originale per pianoforte e percussioni di Ramberto Ciammarughi dal titolo “Liaisons Dangereuses” vol. 1 (volutamente intitolato così perché a detta del maestro Ciammarughi è il primo di una serie). E’ un progetto questo che rappresenta la prima tappa di un lungo lavoro di sperimentazione e di ricerca sull’improvvisazione in stretta relazione con la forma musicale che Ciammarughi e il gruppo Tetraktis stanno portando avanti da tempo.

Maurizio Migliosi, Umbriajournal, Dicembre 2007

 

Una musica strana e inclassificabile viene presentata da una delle rare apparizioni discografiche di Ciammarughi, figura di spessore e tanto ammirata quanto appartata. Il pianista sembra qui superare il minimalismo, senza dimenticarsene, andando a recuperare esperienze classiche precedenti, che vengono filtrate da una sensibilità raffinata e da una scrittura sapiente e minuziosa. In Audiodrome pare trasparire un riferimento all'impressionismo debussyano; in Tanguy al descrittivismo più rimato e pittoresco di Villa Lobos.In tutto il Cd il quartetto Tetraktis trama con parsimonia una variegata gamma percussiva, incentrata prevalentemente sugli aspetti più melodici e narrativi, accentuando i tenui pastelli pensati dal leader. Ciò può ricordare certi lavori di Gary Barton, oppure le partiture più delicate di M'Boom Re: Prcussion o di Odwalla. Percussioni ritmicamente più toniche si materializzano in Vortivelox e Anabasys. Lo spunto tematico di quest'ultimo brano, una scala discendente di tre note ribattute, riprende una frase ricorrente del movimento Actiojn rituelle des ancètres della Sagra della primavera di Stravinskij.Ciammarughi firma quindi un'opera importante, indubbiamente coerente e originale, di incrocio fra più generi, forse da gustare più a livello intellettuale che emotivo.

Libero Farnè, Musica Jazz, Febbraio 2009

 

Il pianoforte di Ramberto Ciammarughi si confronta con il Tetraktis Percussioni – ensemble formato da quattro percussionisti, appunto – per un lavoro dalle connotazioni particolari: il contraltare alle dinamiche orchestrali del pianoforte è costituito da un complesso di marimbe, vibrafoni, tamburi e percussioni etniche. Il primo volume delle Liaisons Dangereuses di Ciammarughi si snoda in una affascinante sperimentazione musicale, dagli accenti contemporanei: i suoni, materici e ancestrali, delle percussioni danno alle atmosfere rarefatte del disco colori caldi e i suoni, spesso rotondi e sospesi, aggiungono un senso lirico ed evocativo alle note maggiormente definite del pianoforte.Certamente Liaisons Dangereuses vol.1 pone seri quesiti agli amanti delle classificazioni a tutti i costi. Prendendo spunto dalle parole con cui Ciammarughi presenta il disco, si tratta di un territorio creativo dove le possibilità espressive dell'incontro tra musicisti portano a cercare strade nuove e a sondare le tensioni necessarie nella irripetibilità dell'atto musicale. La scrittura è spesso di matrice classica e lo spazio per le improvvisazioni e per gli slanci solistici, pur presenti, viene veicolato in maniera differente dal solito, secondo una dimensione corale: i cinque musicisti legano linee e idee melodiche attraverso un dialogo, sempre vivo e paritetico, aperto, per sua stessa natura, alle intuizioni del momento e allo sviluppo imprevisto e istantaneo, degli spunti presenti nella composizione.La costituzione dell'ensemble e la disposizione della scrittura non permettono di parlare di dinamiche in senso usuale. Il lavoro propone, per così dire, una dinamica di atmosfere: il senso lirico e il gioco corale dei cinque musicisti realizza una sorta di costante presente, in sospensione eterea e poetica. Non mancano momenti più canonicamente definiti come Tanguy: lo sviluppo del brano, gestito in maniera più morbida e aperta, riprende il filo logico ed espressivo che la formazione segue in tutto il corso del disco. Liaisons Dangereuses vol.1 è un lavoro dalle sfaccettature molto particolari. Ramberto Ciammarughi, con il titolo e con le note di copertina, promette di dar vita a una serie di lavori che nascono da incontri con altri musicisti e altre suggestioni sonore: accettare la sfida di mettere in discussione “gli elementi del discorso musicale e il concetto stesso di fare musica”.

Fabio Ciminiera, Jazz Convention, Febbraio 2009

 

Scrive Ciammarughi che “le relazioni pericolose” sono “quelle che si creano in un rapporto nuovo e delicato tra i musicisti”, quelle che “si formano senza sosta anche nella mente dell'autore quando concepisce e proietta fuori di sé un mondo cangiante di idee e possibilità musicali e lo affida al disegno superiore di una forma”, e sono anche “tutto ciò che ti costringe a vivere l'arte come una necessità e come un riferimento morale”. Parole che riassumono le diverse dialettiche che articolano questo disco: quella tra gli strumenti dell'ensemble, la cui convivenza non è certo frequente; quella tra le musiche che vi interagiscono (il jazz, la tradizione eurocolta); quella tra i musicisti, tutti abituati a muoversi in territori obliqui e trasversali; e infine quella interna a Ciammarughi stesso, artista che non si è mai piegato a logiche commerciali e ha disegnato negli anni un percorso appartato, di grande coerenza. La dicitura “vol.1” lascia auspicare un seguito, che verrebbe a rimpinguare la troppo scarsa documentazione discografica di Ciammarughi. Quanto alla musica, sarebbe davvero difficile trovare una definizione: reminiscenze eurocolte (perlopiù novecentesche, ma qua e là emergono sorprendenti sprazzi bachiani) ed echi di jazz (ma quale jazz, di preciso?) si fondono in brani dalle atmosfere sospese, in cui minimali cellule danno origine a composizioni complesse e articolate, dove l'interazione tra gli strumenti disegna percorsi formali sempre cangianti. Musica di grande originalità, allo stesso tempo avventurosa e rigorosa.

Sergio Pasquandrea, Jazzit, Gennaio/Febbraio 2009

Una tarda mattinata di metà novembre. Un sole freddo e limpido illumina la campagna umbra, stretta tra le prime pendici del monte Subasio e la piana del Tevere. Su un pianoforte verticale è aperto uno spartito delle sonate di Beethoven, poco più in là un grancoda Bechstein di fine Ottocento occupa un'intera camera. Due cani e un gatto passeggiano per la stanza o sonnecchiano sul divano. E noi cominciamo la nostra chiacchierata con Ramberto Ciammarughi. Anzi, la comincia lui stesso, osservando come sia “strano che un disco di musica contemporanea venga recensito da una rivista di jazz”.

Definiresti “Liaisons Dangereuses” un disco di “musica contemporanea”?

Probabilmente anche chi si occupa di musica contemporanea farebbe fatica a etichettarlo come tale. Forse possiamo metterlo all'interno di quella categoria che gli anglosassoni chiamano “contemporary” e che è più flessibile della nostra. Si tratta anche di una caratteristica connaturata al quartetto di percussioni, che di per se ha uno spettro di frequentazioni musicali che potremmo definire quasi crossover, per usare un altro termine inglese (chissà perché in italiano non abbiamo parole adatte a descrivere la nostra epoca e dobbiamo sempre ricorrere a termini inglesi).

Quanto c'è di improvvisato e quanto di composto, in questa musica?

Il rapporto tra le due parti, il confine tra scritto e improvvisato, è un argomento secondo me molto ricco e interessante. Per definirlo, la nostra civiltà eurocolta usa parole come “alea controllata”, che io trovo inesatte. Diciamo che ogni musica costruisce i propri confini, i propri limiti d'azione: nel pensare questa musica, ho escogitato degli elementi di contenimento e delle possibilità di variazione e li ho sistemati all'interno di una forma, perché è la forma il valore che più emerge in questi brani. Ma questi confini sono ampi: quasi tutto quello che abbiamo suonato è scritto, però ci sono ampie libertà su come, quando e dove suonare. Ci sono elementi del paradigma che vengono alterati, altri che vengono mantenuti. Ad esempio, uno dei principi costruttivi è sicuramente di tipo motivico, ma la sua possibilità di elaborazione e sviluppo è molto estesa.

Il concetto di “confine” mi sembra molto adeguato per descrivere il disco.

Ci sono molte delle mie esperienze che confluiscono in questo disco. Io ho sempre fatto musica di confine: se una cosa non ha una natura progressiva mi interessa poco. Poi, in questi ultimi tre o quattro anni, in cui ho lavorato in quartetto e in trio con Miroslav Vituos, ho ritrovato un'energia nuova, una nuova volontà di ricerca. E poi ci confluisce il mio lavoro per il teatro. Credo ci sia molto teatro, in questi brani. Sono più di vent'anni che lavoro nel teatro (il primo spettacolo l'ho fatto nel 1985) e ho anche scritto il testo di due lavori teatrali, di cui uno su San Francisco [“Una lauda per Frate Francesco”, messo in scena nel 1999 con l'attore Eugenio Allegri], che considero una personalità geniale e che ho reinterpretato secondo la mia prospettiva, quella di un laico.

Diresti che in “Liaisons Dangereuses” c'è anche del jazz, e in che senso?

La libertà espressiva con cui il materiale musicale è stato organizzato, manipolato e vissuto è propria di un musicista che ha frequentato l'improvvisazione e collabora con altri musicisti che hanno questa disponibilità a rielaborare il materiale su cui si lavora. Senza questa disposizione, un disco del genere non si sarebbe potuto fare. Poi ci si potrebbe chiedere che cosa del jazz si può ritrovare in questa musica: il suoni? Schemi accordali o armonici? Io ne ho mantenuti alcuni e ne ho ignorati altri. Ad esempio in questo disco quasi c'è armonia, o almeno non secondo i canoni abituali del jazz. Ci sono delle possibilità di organizzare il suono, alcune delle quali tipiche del mondo classico, persino del Settecento: c'è un brano intitolato Prèlude Dangereux, “preludio pericoloso”, che mi piace molto perché è un omaggio alle toccate settecentesche (“pericoloso” perché è molto difficile da eseguire, e infatti l'ho riservato al quartetto di percussioni e mi sono defilato, ho lasciato a loro la patata bollente!). E poi c'è un'idea di forma, anche se nel Novecento questo concetto è diventato molto problematico: ognuno ormai decide autonomamente in quale forma far alloggiare le proprie idee. Sostanzialmente, l'aspetto che ha più polarizzato la mia attenzione è stata proprio la forma. Da questo punto di vista, i brani sono molto rigorosi.

Ti ho fatto questa domanda perché ho l'impressione che negli ultimi tempi si tenda ad usare la parola “jazz” per descrivere esperienze musicali che spesso non hanno nessuna relazione l'una con l'altra.

Ritengo che l'etichetta certe cose come “jazz” sia una relazione con la quale la nostra civiltà culturale e musicale si riappropria della pratica dell'improvvisazione, cioè del contatto con il suono-materia, e non solamente con il suono che deve ad ogni condizione restituire un concetto astratto. Per me, per la mia natura di musicista, sarebbe indispensabile rimanere separato dalla vita fisica del suono, dalla frequentazione costante del mio strumento (o meglio, dei miei strumenti). E' una necessità antropologica che ogni civiltà può anche rimandare, ma non in eterno. Questa possibilità di vivere la creazione musicale estemporaneamente prende forme differenti in ogni paese (anche all'interno del jazz: basta pensare alle diverse tradizioni del jazz europeo, tra le quali ha sicuramente una delle più ricche), ma è in fondo un recupero di un'esigenza dalla quale non ci si può separare a lungo. Molti episodi del disco sono in fondo puro suono, anche se c'è sempre un'idea formale alla base, ci sono meccanismi di progressione, accumulazione, tensione, distensione, che governano il modo in cui gli strumenti si organizzano tra di loro.

Spesso, nel jazz, il termine “forma” si identifica con la forma chiusa, ad esempio con il chorus di 12 o di 32 battute.

Io frequento anche questo tipo di forma, che però può essere molto limitativa. Ogni giorno suono un anatole o un blues, ma leggo anche qualcosa di Bach e Mozart. Credo che nel jazz ci siano due possibilità di lavorare con la forma: una è lavorare sulla forma stessa, manipolare per cercare i propri spazi di libertà espressiva, l'altra è agire in profondità asservendosi a una forma. A me interessano entrambe le possibilità.

C'è anche chi identifica il jazz come un linguaggio storicamente determinato, con dei precisi tratti stilistici.

Anche questo ha una sua ragion d'essere. Un linguaggio prende forma attraverso la sedimentazione storica delle esperienze, però qui secondo me c'è un errore: spesso lo si intende in maniera pedissequa, mentre bisognerebbe piuttosto cercare di capire quali sono le possibilità del linguaggio di flettersi. Mi fanno ridere i giovani musicisti che credono di essere fedeli a Bud Powell o a Charlie Parker perché suonano esattamente quel che facevano loro, ma se pensi alla motivazione che stava alla base della loro musica, che era chiaramente eversiva, rivoluzionaria, capisci, che eseguire quella musica in maniera pedissequa significa essere del tutto agli antipodi rispetto alla sua vera motivazione. I veri continuatori dei grandi sono quelli che si separano dal loro linguaggio, dopo averlo conosciuto in profondità.

Qualche tempo fa Gabriele Mirabassi mi disse che per lui essere “autentico” come jazzista significa prendere ciò che si ha intorno, qui ed ora, e non suonare facendo finta di essere a New York negli anni '40.

Certo, anche se in questo modo forse non si suonerebbe nemmeno jazz. Guardati intorno: siamo in mezzo a un oliveto sotto il Subasio, quanto c'è di jazz qui intorno? Ma poi ovviamente entra il gioco tutto quel che riguarda il tuo vissuto, le tue esperienze, le tue appartenenze.

So che tu vieni da una famiglia di musicisti?

Mio padre era un grande pianista e amava il jazz, ma per lui la cosa era più naturale, perché ai suoi tempi il jazz si ballava. Mia madre mi parlava dell'orchestra di Stan Kenton, e quando le chiedevo come facesse a conoscerla mi rispondeva: “Perché ballavo quella musica “. Anche tutta la musica leggera italiana fino agli anni '50 era piena di jazz, di swing. Poi, Assisi negli anni '50 era un centro piuttosto importante per il jazz: ci veniva Armando Trovajoli, che per un periodo ci ha anche abitato, ci capitava Umberto Cesàri, il più grande pianista della sua epoca, che era un amico di famiglia e spesso veniva a studiare a casa nostra, c'era tutto un gruppo di jazzisti, tra cui mio padre, che era in rapporto con molti musicisti romani.

Mi parlavi dei tuoi “strumenti”: quali suoni, oltre al pianoforte?

Ho sempre cercato di conoscere tutti gli strumenti, per vari motivi. Il primo, perché devo poter scrivere per quegli strumenti. Poi, perché io sono un insegnante e non insegno solo ai pianisti, quindi devo sviluppare delle didattiche che si possono adattare a tutti gli strumenti. Inoltre, frequentare ogni tanto uno strumento diverso dal mio mi serve per spersonalizzarmi, e per un musicista questo è un mezzo essenziale per rafforzare la propria personalità. Su uno strumento che non è il mio, sul quale posso fare poco, ho la possibilità di sfuggire a ciò che le mie mani già sanno e di fare solo ciò che è necessario. Posso visualizzare la musica in maniera diversa. E' una pratica che consiglierei a tutti i musicisti.

Da insegnante, come vedi l'attuale scena jazzistica, e in particolare quella più giovane?

Vedo tanto talento in giro. Insegno da più di vent'anni e non ho mai visto una tale ricchezza ed esplosione di talenti come quella che c'è oggi in Italia. Credo che stia continuando anche la grande tradizione italiana di talenti sul mio strumento (si sa che in Italia abbiamo i miglior pianisti del mondo, e ormai lo sanno anche gli americani). Io ho tre o quattro ragazzi tra i diciotto e i vent'anni che sono fenomenali, possono fare davvero quello che vogliono. E' una cosa che mi rende estremamente orgoglioso e felice e mi dà forza di continuare a fare quello che sto facendo.

Sergio Pasquandrea, Jazzit, Gennaio/Febbraio 2009
 
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